Il primo, il migliore – Patek Philippe 2526

Poche cose al mondo sono certe, una su tutte che non esisterà mai l’orologio che metta d’accordo tutti gli appassionati: non importano le lunghe ore di discussione o i fiumi di parole sui forum. Tuttavia una cosa la si può dire, ovvero che basandosi su caratteristiche oggettive si può arrivare ad individuare il segnatempo con la più elevata qualità intrinseca, tanto a livello di lavorazione che di ricerca. A nostro avviso, il nome è uno e uno solo: Patek Philippe 2526, che rappresenta, innanzitutto, il primo orologio automatico mai prodotto dalla maison ginevrina, nonché un vero e proprio salasso economico a livello di costi di produzione.

CC: Phillips

La nascita della referenza 2526

Introdotto nel 1953, in “ritardo” di circa 25 anni rispetto a Rolex che detiene il primato per il primo automatico della storia. Un ritardo non certo causato dalla mancanza di competenze o innovazione da parte del brand, ma dovuto al brevetto proprio detenuto da Rolex ed esattamente della durata di 25 anni, alla scadenza del quale Patek Philippe, puntualissima, presenta la referenza 2526 che uscirà dal catalogo nel 1960.

Già all’epoca, prima ancora del successo fra i collezionisti a partire dalla fine degli anni ’80, Patek Philippe conosceva perfettamente il valore dei sui prodotti, e questa volta più che mai si è dimostrata all’altezza della sua reputazione di maison più importante della storia. Un aspetto sobrio e austero, infatti, nasconde un lavoro certosino su ogni singola componente per spingerla al massimo livello qualitativo possibile, un intento che visto dalla prospettiva odierna, quasi sempre improntata ad uno stringente controllo dei costi, sembra confliggere con le logiche di profitto e finire per essere un eccessivo virtuosismo.

Non è assolutamente così. Nonostante la maniacale cura per i dettagli il Patek Philippe 2526 è privo di qualunque fronzolo o sovrastruttura, si tratta di un “semplice” solotempo, se non fosse che il suo movimento è considerato il calibro automatico meglio eseguito e rifinito della storia.


Un cuore pulsante d’eccezione

Tanto per iniziare chiamiamolo col suo nome: si tratta del cal. 12-600AT, di manifattura e che introduce un ulteriore caposaldo tecnico della maison, ovvero il nuovo bilanciere Gyromax brevettato. Osservando il movimento di un 2526 ci troviamo davanti a delle finiture persino inusuali per un segnatempo automatico, ancor più sorprendente se si pensa che il fondello era chiuso e dunque che questo piacere era riservato solamente all’orologiaio incaricato della revisione.

Il cal. 12-600AT, splendidamente rifinito, con bilanciere brevettato Gyromax

Quest’ultimo aspetto racchiude la miglior definizione di cosa significhi “vintage” in un orologio, ovvero una qualità presente ma mai ostentata, finanche nascosta ma di cui il proprietario dell’orologio è ben conscio. Insomma l’apoteosi del concetto tanto caro agli inglesi del “who knows, knows”.


Un quadrante unico

L’altro elemento completamente stravolto e rivisto è il quadrante, anch’esso sobrio e dimesso ma, piccolo dettaglio non trascurabile, realizzato in smalto e la cui produzione era affidata alla sapiente manifattura Donze Cadraniers. Quest’ultimo, per asciugarsi e far presa sulla superfice, necessitava di un processo di asciugatura, il quale prevedeva una vera e propria (doppia) cottura a circa 800 gradi. Lo shock termico fra tali temperatura e l’ambiente esterno costituiva l’incubo di qualunque smaltatore passato di quegli anni, con i quadranti che nove volte su dieci si spezzavano. Un salasso economico, come si diceva sopra.

Tuttavia il risultato dell’utilizzo di questa tecnica, praticamente mai più replicata, è una superficie che vista da vicino dona un’eleganza ed una raffinatezza senza eguali insieme alla firma eseguita in porporina dorata.


Contesto storico e numeri di produzione

Tali difficoltà di produzione non erano solo un costo ma anche un ostacolo alla commercializzazione su larga scala, ovvero l’intento principale con cui Patek Philippe aveva sviluppato il suo primo segnatempo automatico. Un oggetto che rispecchia i canoni di eccellenza tradizionali ma, al contempo, al passo con le esigenze, le volontà del pubblico e che possa essere un compagno il più sobrio possibile, come si evince dall'(apparente) semplicità delle forme della cassa.

A fronte di una produzione durata sette anni, si stima che circa 2.870 esemplari siano usciti dalla manifattura di Ginevra, di cui tuttavia appena circa 70 in platino e 60 in oro bianco. Un numero relativamente alto, quasi 3.000 unità, se si pensa agli standard del tempo ma che cala drasticamente se si guarda agli esemplari giunti fino a noi intatti, considerando l’estrema fragilità del quadrante.

Un insight molto interessante riguarda il prezzo di cartellino dell’epoca, che di pari passo con costi di produzione, non poteva che essere altissimo. Infatti, un 2526 con bracciale in oro costava la bellezza di 3.400 franchi svizzeri; per rendere l’idea un 2499 (calendario perpetuo con cronografo) costava appena 400 franchi in più. Il platino con bracciale arrivava all’astronomica cifra di 5.500 franchi, facendone un oggetto più che elitario.


L’enorme qualità intrinseca e la rarità di alcune configurazioni, specialmente quelle in platino o oro bianco, hanno permesso al Patek Philippe 2526 di divenire, fin dagli albori del collezionismo, uno dei grandi classici sempre in voga e che non deludono mai le aspettative quando appaiono sul mercato internazionale. Un oggetto che più di tutti non risente di sterili mode e tendenze ma, come tanti altri orologi della maison, traccia un percorso proprio che regalerà ancora parecchie soddisfazioni ai fortunati possessori.

scritto da Lorenzo Rabbiosi

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