Tutta la storia del più raro tra i Cartier

C’è chi dice che la storia sia un’infinita ripetizione di cicli, un eterno ritorno dell’uguale. Religioni, filosofi, fisici addirittura: molti sostengono che il tempo sia un’immensa ruota, magari troppo grande per poterla abbracciare con il nostro miope sguardo di uomini, ma destinata a riproporre eventi, personaggi ed epoche. Eppure, esistono periodi la cui unicità è talmente evidente da far vacillare pericolosamente questa convinzione, minandola fin dalle fondamenta. Capitoli di storia, brevi o lunghi che siano, così sensazionali da poter giurare che mai più si rivedrà nulla di simile. I pionieristici viaggi di esplorazione del Cinquecento, ad esempio; o il frenetico avanzamento tecnologico della rivoluzione industriale. Molti ancora ricordano l’ultima epoca d’oro dell’umanità – quella più vicina a noi: gli anni Ottanta. Un decennio di opulenza ed edonismo, un decennio in cui nulla sembrava esagerato o fuori luogo, nemmeno l’improbabile connubio tra la competizione motoristica più estrema del mondo e il re dei gioiellieri.
Stiamo parlando della Parigi-Dakar (dell’edizione 1984, per l’esattezza) e di Cartier. In quell’anno Thierry Sabine, fondatore del Raid più famoso al mondo, e Alain Dominique Perrin, allora amministratore delegato del marchio di gioielleria, ebbero l’idea di creare il “Cartier Challenge”. Le regole della sfida erano molto semplici: chiunque fosse riuscito a vincere per due anni di seguito la massacrante gara, che all’epoca si correva sull’originale tracciato di 6000km dalla capitale francese a quella senegalese, avrebbe ricevuto in premio un orologio Cartier. L’impresa, peraltro già compiuta nel 1979/80 da Cyril Neveu, venne ben presto bissata dal centauro belga Gaston Rahier, laureatosi campione nel 1984 e nel 1985.



Il premio che Rahier ricevette, però, non era un Tank o un Santos – sarebbe stato troppo facile – ma una splendida creazione di alta gioielleria immaginata appositamente per l’occasione. Oro giallo, bianco e rosa drappeggiavano finemente la realistica sagoma di un tipico copricapo Touareg, incorniciando elegantemente il quadrante bianco a forma di scudo di quello che è riduttivo definire orologio. Il Cartier Cheich è piuttosto un’opera d’arte orafa, una scultura concentrata nelle minute dimensioni di un segnatempo.

Consultando l’albo d’oro della Parigi Dakar è facile scoprire come il Cartier Challenge fosse meno arduo di quanto immaginato da Perrin e Sabine, ma la tragica scomparsa di quest’ultimo nel 1986 e la conseguente interruzione del rapporto tra gli organizzatori e la maison parigina fecero sì che il trofeo non venisse mai più riassegnato, rendendo lo Cheich di Gaston Rahier un unicum nella storia della gara e dell’orologeria.

Questo Cheich unico, tuttavia, non è l’unico Cheich: infatti, in vista di una possibile vittoria femminile nel Challenge, Cartier si era premurata di produrre, insieme a quello vinto da Rahier, un pezzo analogo ma di minori dimensioni, ulteriormente impreziosito da un’incastonatura di diamanti. L’orologio, che non ha mai lasciato la casa madre, è oggi parte dell’archivio storico Cartier. Della stessa collezione fa parte un secondo Cheich da uomo, realizzato in previsione della vittoria successiva a quella di Rahier, e che differisce da quello assegnato al belga per la grafica del quadrante. Infine, Thierry Sabine possedeva e indossava un quarto orologio, che sembra tuttavia essere andato irrimediabilmente perduto.
Per molti anni, insomma, questi quattro orologi sono stati ritenuti dagli appassionati un capitolo concluso nella storia dell’orologeria, un riuscitissimo – per quanto inusuale – esercizio di stile figlio della meravigliosa stravaganza degli anni Ottanta. Nessuno aveva fatto i conti, però, con uno di quei rari uomini capaci di dar forma ai sogni, di riportare in vita con la loro passione l’aura di epoche passate. Quando, meno di un anno fa, un quinto Cheich ha fatto la sua comparsa, la sorpresa generale è stata accompagnata da una consapevolezza condivisa: se c’era qualcuno in grado di immaginare, commissionare ed ottenere un simile orologio, infatti, quella persona era Giorgio Seragnoli. Il nome del collezionista bolognese suonerà senz’altro familiare a molti: qualcuno potrebbe conoscerlo come il più grande collezionista di Patek Philippe in metallo bianco, qualcun altro come il massimo collezionista di Cartier in platino e oro bianco; Seragnoli è stato entrambe le cose, al punto da pubblicare un libro su Cartier, firmato insieme ad Osvaldo Patrizzi, divenuto ormai un testo di culto tra gli appassionati.


Il suo Cheich è stato commissionato alla maison nel 2010, ben prima che il programma di personalizzazione offerto da Cartier fosse noto ai più. La cassa in oro bianco, che lo distingue dagli altri quattro fratelli, ricalca fedelmente le dimensioni e il design dell’orologio assegnato a Gaston Rahier nel 1985. Il quadrante, invece, riprende la grafica della seconda versione – quella conservata nelle casseforti di Cartier. Il fondello, fissato da quattro viti, riporta l’anno di creazione e l’incisione “N°1”. Chi conosce la nicchia dei Cartier prodotti dietro ordine speciale potrebbe obiettare che in qualche caso la maison non si è fatta grossi problemi nel produrre esemplari “unici” sostanzialmente indistinguibili tra loro, talvolta scatenando le ire dei committenti originari; ma nel caso di questo Cheich il discorso è ben diverso: è infatti appurato che Cartier abbia già declinato almeno un paio di richieste per un sesto esemplare, indipendentemente dalla sua configurazione.

È lecito affermare, quindi, che non solo esiste un quinto Cartier Cheich, ma che è un pezzo unico tanto quanto ciascuno degli altri. E probabilmente non serve nemmeno menzionare i sei zeri che l’esemplare di Rahier ha fatto registrare ad una recente asta di Sotheby’s per immaginare quale possa essere la rilevanza storica e collezionistica di questo splendido orologio. Chissà che proprio quest’anno, in occasione del trentesimo anniversario del modello, lo Cheich in oro bianco non trovi un nuovo appassionato proprietario: fino a quel momento, comunque, The Watch Boutique sarà più che onorata di fargli da custode…